Archive for the 'recensioni' Category

UN PO’ DI RASSEGNA STAMPA

da: rockit.it

Hiroshima Mon Amour – S-Low Tour
di Fabio Gallo

E’ un attendere davvero carico ed intenso. L’aspettativa e la curiosità si incrociano non solo prima del concerto, ma anche pezzo dopo pezzo, sotto il palco. Quello di Cristiano Godano sembra l’atteggiamento di un vecchio Babbo Natale che elargisce doni ai bambini, con dolcezza, spiegandoti che questo regalo lo stai ricevendo perché sei stato bravo, hai voluto bene ai nonni e ai genitori…
“Non dunque il tuono e la tempesta dei grossi assalti distorti, ma l’inquietudine tersa di note sospese nel vuoto dell’apnea e sul respiro del pubblico”. Non si ha certamente bisogno di assistere ad uno show “intimista” della compagine cuneese per avere prova delle loro potenzialità artistiche. Nonostante il presupposto, la tappa torinese, quella di apertura dello “S-Low Tour 2006” dei Marlene Kuntz è stata un ulteriore conferma del loro talento e della loro classe: una prova, quella dell’Hiroshima del 2 febbraio, che avrebbe probabilmente convinto anche gli imperituri scettici del valore della band piemontese.
Una scaletta particolare quella di questo tour, dedicata soprattutto alla parte più intima del loro repertorio, la parte della loro produzione solitamente più sacrificata nelle esibizioni live per lasciare maggior spazio ai brani più “arrabbiati”. Chi in qualche maniera aveva seguito l’esibizione dello Storyteller (grande successo infatti ha avuto la versione downlodata) sapeva di doversi aspettare un concerto più da ascolto che da “pogo”; non una roba da caciaroni.
Nonostante qualche richiesta non soddisfatta, le vane le ripetute invocazioni a “Sonica” e “Ape Regina”, i Marlene hanno ricevuto solamente consensi. Il barbuto Godano parte con “Lieve”, una chicca risalente al 1994, per poi lasciare spazio ad alcuni brani di “Bianco Sporco”, ultima fatica della band con le esecuzioni di “Amen” e di “Bellezza”, davvero ricche di tensione e di pathos. Immancabili gli accenni ai loro dischi precedenti: si passa da “La Canzone Che Scrivo Per Te”, a ” Infinità” e “Come Stavamo Ieri”, ultimo brano in scaletta prima del rientro per i bis. I tre Kuntz sono come sempre impeccabili ed eleganti, e la presenza al basso di un personaggio cult come Gianni Marroccolo, che in fondo sembrava il più goduto di tutti, non può far altro che impreziosire uno show delicato ed emozionante.
Il pubblico ci prende gran gusto e, a questo punto, vorrebbe sentire tutte le versioni con toni slow dal volume low, ma dietro l’angolo c’è il gran finale con “Nuotando Nell’Aria”. Poi luci accese e frasi interrotte…

da: mascalzone.it

Marlene Kuntz – S-low Tour – Officina Estragon Bologna

Un percorso artistico senza compromessi. Dagli esordi sonici di “Catartica” e “Il Vile” alla collaborazione con Skin e alle prime apparizioni su MTV, dalla svolta artistica dettata dall’album “A Fior di Pelle” a questo ultimo, difficile ma bellissimo, “Bianco Sporco”, c’è stato sempre qualcuno che ha storto il muso, qualcuno che ha voltato loro le spalle. Oggi un nuovo passo in avanti, una nuova svolta, un tour “S-low”, lento, calmo. Una scelta dettata dall’esigenza di esplorare il lato più intimo della loro produzione. Non una scelta facile quella di Godano e soci. Soprattutto se ti fai chiamare Marlene Kuntz e se i tuoi concerti erano un’esplosione di chitarre per stomaci forti e una miniera d’oro per i pogatori più scalmanati. La curiosità è tanta, l’Officina Estragon, in una delle sue ultime apparizioni prima del trasloco, è gremita. Insomma siamo davanti al nuovo “S-low Tour”, non solo lento, ma anche low, a basso volume. Sì perché da sempre il gruppo cuneese ha saputo giocare sulla dissonanza che il loro nome sembrava suggerire: da un lato l’anima lirica della dolce Marlene, dall’altra la spigolosità e il furore di Kuntz. Oggi sembrano avere la meglio le elucubrazioni musicali più intime e raffinate di Marlene. Domani chissà.
E allora le chitarre restano ben salde negli amplificatori ma i suoni si fanno meno compatti, più vividi, rarefatti e minimali. Le distorsioni sono squarci di luce tra le liriche di Godano. E allora ciò che vengono esaltati sono i testi e il cantato allucinato di Godano, le distorsioni di Riccardo Tesio e i giri di basso di quel Maroccolo che, con la sua esperienza, sta dando coraggio al progetto Marlene. Apre il concerto “Lieve”, con il suo andamento vibrante ed ipnotico “Meglio del pedersi in fondo all’immobile / Meglio del sentirsi forti nel labile”. Seguono “A chi succhia”, “La lira di Narciso”, tratte dall’ultimo “Bianco Sporco”, e “Danza” da “Senza Peso”, forse le canzoni che hanno maggiormente ispirato questo tour: testi profondi e visionari su atmosfere delicate. “Fuoco su di te” e “Ti giro intorno” sono due ballate allucinate e rabbiose tratte entrambe da “Il Vile”. “La Canzone che scrivo per te” introduce nel vivo del concerto. “Serrande Alzate” e soprattutto “Infinità” vengono salutate con un’ovazione. “Amen”, il Don Chisciotte dei giorni d’oggi, è un lamento straziante di un ubriaco. Poi “L’inganno”, una canzone rabbiosa che gioca sui crescendo delle chitarre, e che apre la strada alla splendida “Come stavamo ieri”, una delle più belle canzoni dei Marlene, che si conclude con una vibrante esplosione noise, intensa ed estesa come non te la aspetti. I bis sono affidati a “Schiele, lei, me”, una graffiante e colta vicenda d’amore, “Lamento dello sbronzo”, “Bellezza”, singolo dell’ultimo “Bianco Sporco”, abbagliante disquisizione sul tema della bellezza. Chiude il concerto l’immancabile “Nuotando nell’aria”.
Lo “S-low tour” si conferma uno degli eventi impedibili di questo 2006 e consacra i Marlene come il gruppo più audace del rock italiano.

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Bisca, voglia di complicità

Sul nuovo disco Ah! lo storico duo napoletano collabora con Caparezza, Pelù e Maroccolo. Per aprirsi a un nuovo pubblico

di Alfredo d’Agnese

“E’ il nostro disco più rilassato, ma anche quello che ci ha portato via più tempo”. Sorridono i Bisca, tra le mura del loro studio, il Rock’n’Copp, al confine tra il cuore di Napoli e i primi segnali di periferia. Dopo quasi 25 anni di carriera, Sergio Maglietta ed Elio Manzo hanno ancora voglia di giocare con la musica. Il nuovo disco dei Bisca si intitola Ah! e potrebbe segnare una svolta, incontrare il grande pubblico. Merito di canzoni che, senza mai tradire una certa coerenza, parlano un linguaggio più diretto.

Un peso decisivo hanno le felici collaborazioni con Caparezza, Piero Pelù, Gianni Maroccolo e Pietro De Cristofaro che, rispettivamente, cantano e suonano in Facce (il primo singolo di Ah! ), Sono come tu mi vedi, Io sono qui e C’è un mondo che. Collaborazioni che non si sono fermate: Pelù e i Bisca hanno lavorato insieme a Il tuo futuro, brano scritto per un videoclip a cartoni animati realizzato da Lanterna Magica per un progetto della Comunità europea sull’ecologia.

Ah!, un disco di canzoni, ma soprattutto un punto di svolta.
Maglietta: Dopo 24 anni penso che sia il disco più vicino a noi, oltre al fatto che è il più aperto a un pubblico più vasto. Ho la sensazione che con il tempo si sia definitivamente definito il nostro carattere, che abbiamo raggiunto un modello ben preciso. E’ come se si fosse codificato uno stile. Oggi non mi chiedo più se un brano o una canzone funziona o meno, ma mi interessa che abbia una certa identità. Mi piace ancora suonare per il gusto di farlo. Adoro stare nei suoni.

Che obiettivi si pone Ah!?
Manzo: Una delle cose più gratificanti è che il pubblico ai concerti conosca le nostre canzoni. Ci piacerebbe che i ragazzi si riconoscessero in questi brani. Questo album è il frutto della nostra voglia di complicità. Gli ospiti di Ah li abbiamo contattati tutti nello stesso modo, cooptati in nome di una passione comune. Maroccolo, Caparezza, Piero hanno partecipato per amore del progetto, senza fare calcoli.

Maglietta: Ci siamo rimessi in discussione insieme agli altri. Nella crisi generale (creativa, politica, discografica) l’unica via d’uscita è ritrovare il gusto delle cose. Da ragazzi noi musicisti eravamo più gelosi. Oggi lo siamo molto meno, abbiamo scoperto il gusto d’incontrarci e suonare insieme.

Come avete conosciuto Caparezza?
Maglietta: Lo abbiamo incontrato a Melfi, dove abbiamo suonato in una manifestazione operaia. Mi piaceva il suo modo di fare musica e di scrivere e fare musica. Poi ho scoperto la persona…

Manzo: Così abbiamo saputo che Michele (Michele Salvemini è il vero nome di Caparezza, ndi) da ragazzo era un nostro fan e conosceva tutti i vecchi brani. Ci accomuna il modo di lavorare sui testi, che pur schierati non sono mai militanti. Gli abbiamo spedito alcune canzoni senza chiedergli nulla in particolare. Ha scelto Facce, con un risultato sorprendente.

Siete nati nel 1981 come gruppo ska. Che cosa sono oggi i Bisca?
Maglietta: Non amiamo le classificazioni e i generi. Quando abbiamo iniziato a suonare, lo ska rappresentava la promessa di libertà e di possibili evoluzioni. E’ una musica di confine che ha dentro di sé elementi di blues, di jazz, di reggae. Come l’hip hop. Invece il rock nel nostro Paese, oltre alla sua forza dirompente, è stato sentito come un fenomeno di simulazione di un modello angloamericano. In questi anni siamo cresciuti, cambiati, abbiamo sviluppato una matrice tutta nostra in cui sono riconoscibili l’amore per il funky e il jazz, ma fuori dagli schemi.

Manzo: Anche dal vivo è così. Stavolta riusciremo a dare al nostro pubblico uno spettacolo compatto che accontenti tutti con i nuovi brani e classici come La Bomba intelligente, Mustafà, Oggi non ho niente da dire.

PGGGR

Il sito http://www.impattosonoro.it dedica una nuova recensione

Resistono i PGR, anzi, resiste Giovanni Lindo Ferretti con la sua caparbia determinazione di uomo arcaico e monastico lanciato un po’ per caso in questo mondo di uomini. Storie di uomini che possono incontrarsi o lasciarsi. Ed è questo il caso di Ginevra di Marco e Francesco Magnelli che abbandonano la nave in odore di arenamento. “Chi c’è c’è chi non c’è non c’è” recitava Ferretti in tempi non sospetti, anche se a lui la rima riesce meglio. Ad esserci ci sono ancora Gianni Maroccolo, Giorgio Canali e Giovanni, 3 G che formano il nuovo acronimo PGGGR (P.G³.R – Però Gianni Giorgio Giovanni Resistono) che è anche la 10° traccia di questo D’anime e D’animali. E con loro resistono, con tanto di cappello, la tenacia con cui si mettono in gioco ogni volta e quella veemenza dei vecchi CCCP e dei migliori CSI.
Un disco rock senza troppi fronzoli, nato di getto dopo il forfait di Magnelli e Di Marco, da un fascicolo (“Orfano di Sinistra”) scritto col pugno e carico di rabbia. Sarà che il terzetto ha raggiunto una maturità spirituale ed artistica indipendente dalla pesante eredità Cccp-Csi : Maroccolo con Acau il suo primo progetto solista, Canali con il suo arrabbiato RossoFuoco e Ferretti con la sua scuola d’Arte a Bologna. E’ con questa consapevole maturità che compongono le tracce: nessuna leggerezza elettronica, nessuna divagazione stra-colta ad appesantire testi già crudi di loro, ma anzi un’inedita dolcezza in pezzi autobiografici come I miei nonni o Cavalli e Cavalle. Non che Ferretti sia diventato improvvisamente un idolo del Pop, leggiadro e spensierato, questo mai : Giovanni è sempre duro e profondo, doloroso e greve. Ora anche di più. Si diverte ad addentrarsi nell’amore carnale con Tu e Io, poi passa a un testo politicamente forte, Casi difficili, nel quale incontriamo la novità di una contaminazione Pop nel reale significato di “popolare” tramite l’utilizzo della tamorra, brano in cui critica l’assurdità di un certo volontariato e provoca : “Se il mondo non vi piace, arruolatevi!”.
“Fottiti tecnica, vaffanculo impianto, comincia la festa” ritornello di Alla Pietra, il singolo distribuito in Rete, sembra l’inno di un ritorno alle origini, diretti ed efficaci, ai tempi di quando preferivano il mondo “giovane e forte, odorante di sangue e fertile” come declamava Ferretti nei CSI.
Abituati agli ultimi bei lavori l’assenza di una voce femminile e del piano si fanno sentire, eppure non si fanno desiderare. Un lavoro che scorre facile alle orecchie, forse troppo, ma si tratta pur sempre di una nuova metamorfosi, starà a loro decidere se di transizione o di arrivo.

Sono rimasti in 3, ma resistono… e bene

Saltata la data all’inizio di settembre per indisposizione (?) di Ferretti… rinviata la data del 18 a causa della pioggia… finalmente si è tenuto al Palazzetto di Via Zama l’atteso concerto dei Per Grazia Ricevuta, PGR, o meglio PG3R, come hanno voluto sottolineare ad indicare che il gruppo continua ad esistere, anzi a “resistere”, anche dopo l’abbandono del tastierista Francesco Magnelli e di Ginevra DiMarco. Eccoli, i tre “superstiti”: Giovanni Lindo Ferretti, voce, Gianni Maroccolo al basso e Giorgio Canali alle chitarre, coadiuvati da Pino Gulli e Cristiano Della Monica a batteria e percussioni.

Uno “strano” concerto, questo: sul palco colpisce un tavolino con tanto di vino e bicchieri, quasi fosse un preludio a un momento di fraterno convivio. E invece, sembra che tra gli artisti e il pubblico questo momento di feeling, questa energia, non riesca a crearsi, o almeno, non completamente. Ferretti stesso, tra una sigaretta e l’altra, si limita a lanciare ai presenti qualche sorriso di circostanza. L’unica frase che gli si sente pronunciare al di là dello spettacolo è di risposta, secca e pungente, alle invettive lanciategli da qualcuno sotto il palco. Ad ogni modo, ascoltando la voce sempre possente e incisiva di Ferretti, trasportata dalle sonorità dure e graffianti di Canali e Maroccolo, appare chiaro il percorso imboccato dal gruppo già nell’ultimo lavoro “D’anime e d’animali”, ovvero quello di rottura con il recente passato più melodico dei PGR e un ritorno ai suoni asciutti e essenziali dei CCCP, ma con una maturità di interpretazione che ovviamente non c’era vent’anni fa. In scaletta si alternano, a volte fondendosi, i nuovi brani ad altri (cronologicamente) datati. Anche i pezzi più “morbidi” sono melodicamente destrutturati, da divenire quasi irriconoscibili, ma senza comunque perdere di incisività. Magistralmente incastonata nel contesto, sale più volte sul palco la ballerina Chiara Bagni, che muovendosi con frenetica energia, fonde perfettamente il proprio corpo alle note e ai ritmi degli strumenti. Il concerto si arricchisce anche di trovate coreografiche, come gli spruzzi di acqua profumata sul pubblico e il lancio di caramelle al passo “so che ci ha liberato l’esercito anglo-americano” di Orfani e Vedove. Snodo emozionale della serata, mentre sul palco Chiara fa danzare teatralmente un elmo medievale e una bandiera rossa crociata gialla, l’esecuzione dello stupendo brano recitato Occitania (“il nome femminile di Dio in Occidente”), a rievocare le crociate indette nel XIII secolo dalla Chiesa di Roma contro i Catari, chiara metafora di crudeli azioni perpetrate da un pretenzioso potere Occidentale odierno (“Come faremo a riconoscere i cristiani dagli eretici?” “Uccideteli tutti, Dio li riconoscerà”). Eravamo avvertiti: Ferretti è “perplesso, depresso, incazzato, molto molto peggio”.

Scaletta:
La dolce vita
Forma e sostanza
Si può
Casi difficili
Divenire
Orfani e vedove
Barbaro
Maciste contro tutti
Cavalli e cavalle
Tu ed io
I miei nonni
Come bambino
A tratti
Sono come tu mi vuoi
Tu menti
Tabula rasa elettrificata
Occitania
Montesole
Alla pietra
Cavalli e cavalle

PGR: Un passo avanti e due indietro

In anteprima l’intervista rilasciata dai PGR a “Mucchio Selvaggio” in edicola da martedì 27 luglio!

di FEDERICO GUGLIELMI

Nonostante le apparenze, il titolo assegnato a questo articolo può avere più significati, non necessariamente negativi. Assodato che il passo avanti è quello compiuto con l’uscita del nuovo album D’anime e d’animali (n. 585 del Mucchio Selvaggio), il secondo nella carriera dei PGR (non contando naturalmente il live Montesole), i due indietro potrebbero infatti essere le ben note defezioni di Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco, oppure – ed è questa l’ipotesi che ci piace sposare – il ritorno ideale che il disco propone al passato remoto di Giovanni Lindo Ferretti, cioè a quei CCCP-Fedeli alla linea che prima dei C.S.I. (e, pertanto, due passi indietro…) appassionarono l’Italia “underground” degli anni ’80.

Questi e altri temi sono stati comunque affrontati in una conversazione con lo stesso Ferretti, Gianni Maroccolo e Giorgio Canali un paio d’ore prima del concerto con il quale, a fine giugno, i nuovi PGR hanno messo a ferro e fuoco la Capitale nell’ambito del loro “Casi difficili tour”. Eccovene il riassunto

Partirei dalla decisione di pubblicare D’anime e d’animali nel periodo estivo. Come mai tutta questa urgenza?
GLF: Quando si racconta la propria vita non ci si può far su del marketing: l’album è nato idealmente a gennaio e doveva uscire prima possibile. Ci sarebbe piaciuta la notte del 24 giugno, S. Giovanni, l’inizio mitico dell’estate… i miei sono sempre stati dischi “da novembre”, ma questa volta è venuta fuori qualcosa che mi sentivo di cantare in luglio e in agosto. Sono lieto che alla Universal abbiano assecondato questo nostro desiderio, modificando i programmi e dando alle stampe D’anime e d’animali ora e non, com’era in origine previsto, a settembre.

Non credo, d’altronde, che per i PGR valga la regola commerciale in base alla quale un disco non deve essere commercializzato in estate…
GLF: Tanto in televisione non ci andiamo: non ci andremmo neppure se volessimo, figuriamoci non volendolo. Dubito che uscire a fine giugno e non a inizio settembre possa influire sulle nostre vendite… anzi, dato che per quest’album la miglior promozione possibile è il live, sarebbe stato bizzarro non averlo nei negozi durante il tour ma solo dopo che i concerti erano già terminati.

Artisticamente, quanto con D’anime e d’animali si è trattato di fare di necessità virtù?
GLF: Nove canzoni su undici. Non dico che nella dimensione precedente non avrei scritto bene e volentieri ma avrei faticato di più, perché si faceva poca musica e si discuteva sempre. Io di musica non me ne intendo, preferisco parlare di politica o di teologia, e invece essere forzati da una necessità è uno stimolo incredibile. È un po’ quello che nella vita fa la malattia: quando ti ammali devi trovare le energie per guarire, altrimenti muori. Allo stesso modo, se ti arriva una disgrazia in una storia che ti sta a cuore devi trovare la forza per reggerla: reggere la disgrazia, così come accettare la malattia, è il modo migliore per poter guarire in fretta. Credo di poter affermare che, se non fosse intervenuta la necessità, la virtù sarebbe stata minore.

[…]

A.C.A.U

Un disco che è come un diario. Fedele compagno di tanti anni cui affidare ricordi, memorie, sfoghi, paure. Un diario fatto di pagine ingiallite e di altre che ancora odorano di inchiostro, che raccontano emozioni, incontri, addii, partenze, rimpatriate.
Il diario di Gianni Maroccolo non poteva che essere così. Come questo disco, intitolato A.C.A.U. La nostra meraviglia. Un lavoro solista, ma nato con i compagni che lungo gli anni hanno condiviso con lui un pezzo di strada. Un album solista corale. Che solista non è. Ma “multisolista”, come lo stesso Maroccolo ama definirlo.

A.C.A.U. ha il suo primo vagito in una bicocca di fronte al mare. Il padre Gianni si sta occupando di lui da tempo con amore e perizia. Uno sguardo al mare, uno agli strumenti, tra il faro intermittente che si erge nel buio e il monitor del pc che gli si riflette in viso, tra l’odore di salsedine e quello delle sigarette.
A.C.A.U. è un figlio strumentale. Da presentare agli zii e alle zie. Che, per lui, canteranno le loro emozioni.

Quindici brani per altrettanti ospiti illustri, con un duetto ed un tradizionale sacro a più voci. Il tutto per un progetto interessante fin dalla sua concezione e che, per fortuna, di commerciale ha ben poco. Un disco intimo nella sua coralità, cui ognuno ha contribuito con la propria impronta personale senza però spersonalizzare l’operato di Maroccolo che rimane palpabile in un sound fatto di trame fitte abbracciate all’elettronica. I testi, invece – la cui stesura è stata affidata agli stessi ospiti cantanti – trovano proprio nel mare il loro filo conduttore, pur spaziando tra le tematiche più disparate.

Il risultato finale è più che buono, sebbene condizionato dagli alti e bassi dei singoli brani e delle interpretazioni dei vari sodali.
Riusciti in pieno appaiono i pezzi con Pelù – ottimo l’incontro tra il sound claustrofobico ed il cantato evocativo del toscano -, quello con Raiz, sebbene mancante di un pizzico di quel calore a cui l’ex Almamegretta ci ha da sempre abituato, quello con Battiato, fortemente emotivo e strumentalmente intrigante.
A sopresa piacciono anche la leggerezza di Lorenzo Cherubini e il lirismo di Renga, che si conferma straordinario interprete quando ha a disposizione un buon brano da cantare.
Con Ginevra di Marco e Ferretti il feeling è all’ennesima potenza mentre, passando alle donne, convince in pieno Carmen Consoli, un po’ meno Cristina Donà, quasi per niente Fiamma.
Sfilacciato e del tutto fuori fuoco è il reading ad opera di Cristiano Godano, poco funzionali risultano anche l’accoppiata Agnelli-Canali e il delicato delirio di Federico Fiumani. Al contrario il connubio con Andrea Chimenti è elegante ed imperdibile.

Ricco di sfaccettature e di sfumature emotive, il diario di Gianni Maroccolo è testimonianza artistica di un musicista che ha dato tantissimo al rock italiano. Dagli esordi come basso tritatutto con i Litfiba, fino alle esperienze con Ferretti – registrate sotto le sigle più disparate – e passando attraverso collaborazioni e produzioni varie, Maroccolo appare oggi un punto di riferimento esattamente a metà strada tra il passato ed il futuro del rock nostrano.

tratto da http://www.muscicboom.it (Caro Diario di Luca D’Alessandro)

Recensione

Gianni Maroccolo – “A.C.A.U. la nostra meraviglia”

Fabrizio Roych

Un esercito prestigioso di colleghi per Gianni Maroccolo: Pelù, Battiato, Raiz, Manuel Agnelli, Carmen Consoli, la Donà, Godano (Marlene Kuntz), Renga, Jovanotti, Fiamma, Chimenti, Fiumani, il collega Giolindo Ferretti e l’ex collega Ginevra di Marco.

Anni di militanza, di militanza guerresca, vera, mettendoci la faccia con tutto il cranio e il collo, e del primo album solista non si capisce nemmeno il titolo. Gianni Maroccolo, bassista (primi Litfiba, Cccp, Csi e Pgr) e scopritore di musica (Marlene Kuntz, Chimenti), non vuole svelare il significato di “A.C.A.U. la nostra meraviglia”. Si sa che l’album parla di mare, nella volontà musicale e nei testi delle canzoni, preparate e interpretate dagli amici di Maroccolo. Un esercito prestigioso, che val la pena snocciolare per intero: Pelù, Battiato, Raiz, Manuel Agnelli, Carmen Consoli, la Donà, Godano (Marlene Kuntz), Renga, Jovanotti, Fiamma, Chimenti, Fiumani, il collega Giolindo Ferretti e l’ex collega Ginevra di Marco. Questi nomi, uno per uno, danno lo spessore del progetto che – miracolo – non frana. Senza essere l’album definitivo, è un buon album, articolato, a tratti difficile, e in qualche modo ordinato.

Una parata di solisti cui Maroccolo succhia l’essenza, ma non ne approfitta. Qui da noi, in Italia, si usa così: produzioni perfette, audio e strumentali lucidate con cera d’api. Sarebbe bello dire che in concerto sarà diverso, ma un concerto non ci sarà mai. Anche se un “Maroccolo and friends” sarebbe un sogno rock di casa nostra. Tornando all’album, è una festa allestita dal padrone di casa in suo stesso onore, ma va trattata come un’antologia. Il tema è il mare, e gli interpreti migliori sono Jovanotti con “Da raccontarti all’alba” e Manuel Agnelli con “End coming over action bird”. Agnelli straordinario, alleggerito dal tocco di Maroccolo, e Jovanotti chiaro e pulito, oliato alla perfezione dal maestro. Carmen Consoli e Cristina Donà, con “Carezza d’autunno” e “Meloria’s ballade”, onorano la loro fama, prima della parte più ostica della raccolta. Chimenti, Fiumani e Ferretti servono piatti grevi, di sperimentazione e intelletto, in un album dalle forme mutevoli ma sempre appropriate. Troppo appropriate, troppo calcolate. E se Agnelli e Jovanotti spiccano, tutti gli altri sono se stessi e basta. Al meglio, ma come ci si aspettava. Un’obiezione per incontentabili, visto il tonnellaggio dell’opera, ma un alternativa c’era.

“Sorella sconfitta” dell’altro ex Cccp Zamboni è l’alternativa. Pochi ospiti, guidati dalla chitarra, a fare del loro ma sotto lo scudiscio (amabile) del padrone di casa. Una sola regia, un solo indirizzo invece di una quantità di fermate intermedie in altrettante zone differenti. Dal confronto fra i due, Maroccolo ne esce come un sommelier sopraffino, e un vinificatore provetto, ma non un enologo. Non un costruttore. Quel ruolo se lo conserva per i suoi gruppi, che indirizza con decisione e se serve cavalca a pelo, senza tante briglie. Invece in “A.C.A.U.” presta pareti, tavoli, stoviglie, cibo e consigli, ma a cucinare ci pensano gli altri. Il pasto è sopraffino, il servizio è perfetto, il risultato finale prezioso. Freddino, però, proprio freddino.

tratto da http://www.videomusica.it


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