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La fine dei PGR e la passione di Lindo Ferretti per il Papa

Si intitola “Ultime Notizie di Cronaca” l’album che sancisce la fine dei Per Grazie Ricevuta. Un disco ricco, musicalmente e liricamente. Poi interviene, simbolicamente, Benedetto XVI e la musica passa in secondo piano


Si chiamano PGR e mettono in musica il loro epitaffio. Con Ultime Notizie di Cronaca, Giovanni Lindo Ferretti, Gianni Maroccolo e Giorgio Canali si salutano e ognuno prende la sua strada.
Con tristezza o con convinzione?

Siamo tre persone molto diverse e ognuno ha la sua storia. Siamo felici di avere portato a termine questo ultimo disco. Ci abbiamo lavorato in modi e tempi diversi. Per la prima volta siamo ricorsi alle tecnologie.

Non vi siete mai incontrati?
Una decina di giorni, giusto per tracciare le linee guida. Per i precedenti tre album passavamo lunghi periodi insieme. Oggi esiste il telelavoro.

Perché vi fermate?
Abbiamo svuotato il magazzino. Questo disco è la perla più bella che abbiamo fatto insieme.

 

Insomma la musica è finita e il solo triste è Gianni Maroccolo perché lui avrebbe proseguito sull’impervio sentiero dei Per Grazie Ricevuta.
A parte riportiamo l’intervista a Giorgio Lindo Ferretti, punk cattolico di forti pensieri. Che talvolta possono disturbare. E’ un grande estimatore di Benedetto XVI. E delle sue (spesso criticate) teorie.

A partire dalla condanna dell’uso dei preservativi.
Ha ragione il Papa con i preservativi non si salva l’Africa dall’Aids.

Sempre caustico quando parla. E quando scrive.
Sono argomenti che mi stanno a cuore. Ad esempio provo astio verso un certo pacifismo esasperato che risale ai tempi della guerra in Jugoslavia.

Anche verso i Nobel non è stato tenero.
Quando ho visto consegnare il Nobel per la Pace ad Arafat mentre poteva essere dato al Dalai Lama o a Giovanni Paolo II ho scritto, che la riffa diplomatica mette in palio il Nobel/val bene una guerra la pace di un nobel.

E’ più vicino a Benedetto XVI o al suo predecessore Giovanni Paolo II?
A Benedetto XVI. Giovanni Paolo II l’ho conosciuto tardi, sul tramonto della sua vita, nel mio ritorno verso la Fede. Mi sono avvicinato all’allora cardinale Ratzinger dopo avere letto articoli che lo criticavano aspramente. Volevo capire perché e ho acquistato dei suoi libri. Mi sono affezionato al suo pensiero e alla sua persona. Ho una sua foto appesa in casa. L’interesse spesso nasce dal negativo.

Le piacerebbe incontrarlo?
Ma non saprei cosa fare oltre baciargli l’anello. Lui è il Papa io semplicemente Giovanni Lindo Ferretti.

L’ha conosciuto cardinale e lo ritrova Papa: è cambiato?
Da Papa si è addolcito: il ruolo del Pontefice fa decrescere la personalità. E’ impegnativo fare il Pontefice dopo Giovanni Paolo II. Ratzinger è lontano da lui per quanto da cardinale sia stata la persona a lui più vicina.

Condivide la sua politica?
In toto. Un Papa non deve andare d’accordo con la società, deve pensare alla Chiesa.
 

fonte: sky.it

Marlene Kuntz, la comune assenza di pudore

Dalla rabbia generazionale a uno sguardo etico universale. Così Bianco sporco vince in classifica.

Intervista di Giorgio Casari (tratta dal sito http://www.kataweb.it )

Bianco sporco è il titolo del nuovo disco dei Marlene Kuntz, appena uscito e già in classifica (questa settimana è al settimo posto). Un album parecchio atteso dai fan, dopo l’evoluzione più stratificata di Senza peso, e che mantiene le promesse del lavoro precedente: chiaroscuri, melodie qua e là in primo piano e una attenzione al testo delle parole che ci è sembrata uno dei suoi pregi maggiori. In mezzo, l’abbandono di Dan Solo del ruolo di bassista della band, sostituito da Gianni Maroccolo, figura chiave del rock indipendente degli ultimi vent’anni e la pubblicazione di una biografia ufficiale (Visione distorta, di Chiara Ferrari), in uscita per Giunti agli inizi di aprile. Cristiano Godano ci ha illuminato sulle ultime strade percorse dalla band piemontese.

Partiamo proprio dalla vostra biografia: un libro che avete seguito anche personalmente, se abbiamo capito bene.
Si tratta di un’opera su di noi, che abbiamo volentieri autorizzato ma in cui non siamo intervenuti personalmente. In altre parole, sapevamo che Giunti aveva affidato a Chiara Ferrari questo lavoro, messo assieme raccogliendo interventi di persone vicine al gruppo, amici e conoscenze, documentandosi su oltre dieci anni di presenza nel panorama musicale. Non ci siamo cimentati nell’autobiografia, quindi, nel senso che il nostro intervento si è limitato a una rilettura delle pagine scritte, senza che ci fosse alcun obbligo da parte dell’autrice di seguire le nostre eventuali osservazioni.

Non c’è magari il rischio di una celebrazione, pericolosa per il futuro?
Non credo proprio, innanzi tutto perché siamo in ottima salute, poi perché l’idea di scrivere Visione distorta è venuta all’editore, e abbiamo parecchio discusso sulla opportunità di farlo. Siamo insomma convinti che il tempo fosse quello giusto, purché l’operazione fosse stata condotta, come è stata, col giusto senso del pudore.

A proposito di pudore: la fine del vostro rapporto con Dan Solo ha un po’ sorpreso, dopo tutti questi anni. Avete voglia di dirci come è andata in effetti?
Semplicemente, Daniele si è fatto sopraffare da alcuni disagi che si portavano avanti da anni, che abbiamo cercato di superare tutti assieme, ma purtroppo senza riuscirci. Non c’è stata una divergenza artistica, come qualcuno ha voluto sostenere, men che meno legata al fatto che ci fossimo “ammorbiditi” nelle sonorità. Sa, il rapporto fra i componenti di una band è come una storia d’amore: è difficile comunque portarla avanti per così tanto tempo, come abbiamo fatto noi. Ogni tanto qualcosa può rompersi.

Bianco sporco riserva una attenzione particolare alle parole. Come avete lavorato su quella componente?
Come al solito, con dedizione. Quelli che sono i versi delle canzoni sono legati a ciò che ero nel momento in cui sono stati scritti, sono la sua diretta emanazione.

Quindi sono legati alla sua vita, a livello autobiografico.
Beh, si parte dal mio punto di vista, cercando poi di raggiungere un significato universale, condivisibile da tante altre persone.

Per esempio un sentimento di tensione, di rabbia, che rispetto al passato dei Marlene Kuntz è meno generazionale e più etica, più globale.
Sì, c’è questa sensazione, che viene fuori in un pezzo come Mondo cattivo, per esempio. Ho in effetti sviluppato un altro rapporto con le parole, spero più maturo, e senza rinunciare al pudore nei miei confronti, anzi, riscoprendolo e sottolineandolo ancora di più. Alcune delle irritazioni più forti dei versi dell’album sono proprio rivolti alla totale mancanza di pudore contemporanea.

Riferimenti a Gozzano e Gadda, ricerca del termine migliore: molto farebbe pensare, ancora una volta, a un suo futuro impegno narrativo.
Su questo versante continuo a nutrire qualche riserva, ma meno di un tempo. E’ per questo che ultimamente ho partecipato a un corso di scrittura e in generale sono più possibilista: la cosa che mi spaventa maggiormente è trovarmi di fronte alla fatica di un’architettura scritta, essendo un lettore esigente. Vedremo.

Marok intervistato da KDCOBAIN.it

Mettere in piedi una nuova band è sempre una sfida. Come è cambiata la tua visione della musica negli anni?
Non è cambiata molto. Da sempre ho scelto di condividere la musica con gli altri e mi risulta davvero strano pensarmi “solo” a suonare. Ci provai con Acau ad inziare da solo ma poi si è visto alla fine com’è andata a finire.
Anche quando produco “artisti solisti” lavoro in questa direzione. Di solito metto in piedi x l’occasione una “band” ad hoc che garantisca al progetto una sua omogeneità emozionale. Pgr è caso a parte però. Sotto certi aspetti, un’azzardo dopo la chiusra dei Csi. Abbiamo provato a ripartire da zero in tutti i sensi … andare altrove artisticamente, ma forse è stato, almeno per qualcuno di noi, come violentarsi. Non a caso abbiamo perduto “pezzi importanti” in questo cammino ed è inopinabile che allo stato attuale io viva una sorta di “incompiuta” pensando a Pgr. In ogni caso D’anime e d’animali ci ha dato la conferma che forse abbiamo ancora qualcosa da dire e soprattutto, che siamo vivi.

Qual è la risposta del pubblico a questi cambiamenti di formazione?
Variegata. Eterogenea. Un pò come le persone che ci seguono. Coloro che amano questa storia umana e artistica provengono da almeno tre generazioni e quindi le reazioni sono assai diverse. Mi scrivono persone di 50 anni che mi dicono che preferiscono non venire nei concerti nei locali perchè c’è troppo casino, che preferivano il percorso intrapreso con Zazou … Ragazzi che invece alla fine dei concerti ci dicono: bentornati!
Una sorta di comunità molto frastagliata ma molto affine come “bellezza d’animo e di pensiero”. Da esserne davvero orgogliosi.
E’ ovvio che i cambi di formazione creino tristezza, timori. Che spesso alimentino voglia di “passato”, ma credo che ormai da noi tutti si aspettino un pò di tutto… Ogni tanto mi scrivono che ormai le “sigle” e le formazioni non hanno più alcun significato .. come dire … è una questione fra “persone” …
E per molti, come per me, l’importante è che si continui a fare musica …

La vostra musica non fa parte del grande circuito radio-televisivo nazionale. E’ una vostra scelta o come viene risposto a tanti artisti “non fa parte del nostro target”?
E’ sempre stata dura la convivenza fra media in genere e Csi/Pgr. Spesso siamo stati tagliati fuori a priori per “paura” o perchè visti “ideologicamente schierati” (e questo succedeva anche prima, sia chiaro). Altre volte volte invece abbiamo detto di no noi … Col passare degli anni poi è diventata una scelta naturale di limitare tutto o quasi a fare dischi e concerti.

Negli ultimi lavori dei PGR si sentono molto le radici C.S.I., l’evoluzione della musica secondo voi è necessariamente una reinterpretazione di ciò che è stato nel passato?
Come dicevo prima, Il primo album di Pgr lasciava presagire un percorso alternativo a Csi … forse, una sorta di nuova vita che nasceva dalla fine di quella grande storia. Purtroppo non ci è stato possibile verificare se si trattasse di “nuova vita”. Personalmente rifuggo assolutamente dalla reinterpretazione del mio passato musicale … faccio di tutto per sperimentare continuamente con e al di fuori del gruppo. Se, come dice Giovanni, mi sentissi una sorta di juke box o percepissi i Pgr come tali, proverei a cambiare le cose o me ne andrei. Ma questo, sia chiaro, non va interpretato come scelta che rinnega il passato .. ci mancherebbe … sono orgoglioso di quanto combinato con Litfiba, Ccccp, Csi, Pgr in questi anni …
e tutto sommato anche del mio piccolo contributo come produttore artistico, ma è una mia esigenza vitale quella di andare “oltre”, di non sedermi e di non adagiarmi mai sulle mie piccole concquiste.
Perlomeno ci provo …

L’asse sulla quale oscilla la vostra musica anche nelle formazioni passate è sempre stata forse quella della provocazione. E’ ancora così?
Dissento da questa tua valutazione. Forse ti riferisci ai Cccp … in questo, in parte, mi sento di darti ragione, ma non credo che questo valga per me che in quegli anni suonavo nei Litfiba e soprattutto che non valga per Csi e Pgr.
Non ritengo Giovanni un provocatore … mi piace pensarlo come una persona che attraverso le sue parole e le canzoni, ti “obbliga” a riflettere.
Spesso Ferretti viene frainteso pesantemente … cosa che capita non solo a lui ovviamente … Se dice qualcosa che in un dato momento non condividiamo ci torna comodo pensare ad una “provocazione”, ma non credo proprio che queste siano le intenzioni che lui cela dietro alle sue parole che sono, è bene ricordarlo, la trasposizione in “testo” dei suoi pensieri, dei suoi stati d’animo, del suo sguardo sulla vita e sul mondo.
Ma ricordiamoci che tali parole vanno sempre contestualizzate in un determinato spazio temporale ed esistenziale … come dire: Non si pretenda da Giovanni coerenza nè tantomeno si prenda come oro colato ciò che dice con la pretesa che poi non cambi idea. E’ un essere umano come noi tutti e grazie al Cielo è talmente intelligente e profondo da avere il coraggio di rimettersi spesso in discussione.

Come è cambiato il tuo rapporto con il palcoscenico negli anni?
Credo sia un pò meno “animale e istintivo”. Da anni mi piace più ascoltare e godere dell’insieme e cerco di suonare un pò meglio stando attento a volte a controllare un pò le emozioni. E non è semplice in un gruppo di “umorali e psicolabili doc” eheheheh …. Ma credo che la capacità di emozionarsi per ciò che tutti insieme riusciamo a creare su un palco sia la pregiudiziale per poter sperare di emozionare e condividere ciò che si fa con chi ci ascolta. Invecchiare con dignità (come spesso dice Giovanni) aiuta non poco in tal senso. Ho un ottimo ricordo ad esempio del tour teatrale di Pgr … riuscivamo a far suonare i silenzi e si creava una tale tensione emotiva da far mancare il respiro.

Ognuno di voi ha sviluppato progetti solisti. Da dove nasce l’esigenza di esprimersi singolarmente? Scelte musicali diverse?
Non saprei davvero. Credo che una delle cause del patatrac dei Csi fu appunto quello di voler a tutti i costi canalizzare ogni singolo progetto e/o idea nel gruppo. Tutto o quasi diventava “progetto del gruppo”.
E questo in una band è molto pericoloso perchè l’alchimia che tiene unito un gruppo è molto delicata. Sono equilibrii molto labili che hanno a che fare con molteplici aspetti … l’ego, la voglia di esprimersi, il come, il quando etc..
Artisticamente per essere “parte” di un gruppo devi sottrarre grosse parti di te stesso, fare dei passi indietro perchè “tutto” è cmq troppo. Se poi ci metti che sia Csi che Pgr era/è insieme formato da personalità “molto forti” beh, risulta più salutare e giusto che ognuno si viva progetti ed esperienze anche x suo conto.

Come è stato lavorare con Hector Zazou alla produzione?
Una bella esperienza sotto tutti i punti di vista. Hector è un’ artista incredibile. Un manipolatore del suono sopraffino. Ha un modo di vivere e concepire la musica opposto al nostro, ma confrontarsi con lui in quel periodo fu, come dire, propedeutico e sorprendente !
Noi, chi più che meno, volevamo provare ad andare “altrove” e lui è stato un magnifico “traghettatore” … Personalmente amo moltissimo il primo album dei Pgr … Mai come in quel disco ho sentito Giovanni e Ginevra esprimersi a così alti livelli. Spiazzante. Sorprendente.
Quello che ricerco nella musica … che la suoni o che l’ ascolti.
Emozioni. Molto, molto forti.

In Perfetta Solitudine

Ecco un estratto dell’interivista che potete trovare sul numero 574 del Mucchio Selvaggio, in edicola a partire da martedì 13 aprile…

di Federico Guglielm

Non è un mistero che A.C.A.U. sia in qualche modo legato al mare. Perché proprio il mare?
Il mare è l’altra metà, che ha fatto parte della mia vita tanto quanto la musica. Sono nato in Maremma ma sono andato subito in Sardegna, ho sempre vissuto sul mare e avrei voluto fare il marinaio. Poi le cose hanno preso un’altra piega.

E hai composto le musiche con l’intento di racchiudervi il concetto di “mare”?
Sì, l’idea era questa… Non è un caso che il disco abbia un andamento “ondeggiante”, con minime variazioni dei bpm, quasi a voler rispecchiare l’andirivieni delle maree. E poi c’è la ricerca della profondità.

Tutto fa però pensare a qualcosa di piuttosto passionale e istintivo, senza intellettualizzazioni.
No, assolutamente. Sono anni che ho una piccola casetta sul mare nella quale mi rifugio ogni volta che posso e il progetto dell’album si è sviluppato lì, mentre cercavo di impratichirmi nell’utilizzo dei computer applicati alla musica: sai, visto che la tecnologia va avanti e che io desidero continuare l’attività di produttore, non essere adeguatamente preparato non mi sembrerebbe giusto nei confronti di chi si rivolge a me. Durante questo proficuo “ritiro” sono venuti fuori, quasi senza che me ne accorgessi, i primi abbozzi di canzoni.

Però da qui a costruirci attorno un album…
Infatti io non ci pensavo: a darmi la spinta è stato Hector Zazou, che durante l’incisione di P.G.R. li ha voluti ascoltare e li ha apprezzati al punto che due pezzi, Ah! le monde e Krsna Pan Miles Davis e Coltrane, sono venuti fuori proprio da elaborazioni dei miei “provini”. È poi stato sempre Zazou a incitarmi a continuare e io l’ho fatto, stimolato dalla luce intermittente del faro che c’è di fronte alla mia bicocca e dal rumore della risacca.

Insomma, è stato un album più trovato che cercato.
In un certo senso è così. È il risultato di un momento, in cui ho dovuto rimettere in discussione molte cose, anche a causa di alcuni eventi che hanno avuto un peso notevole su di me: le difficoltà del Consorzio, sorte con l’acquisto della PolyGram da parte della Universal, e la successiva chiusura, la perdita di mio padre, lo scioglimento dei C.S.I….

Tutte cose negative: strano, allora, che dalle musiche traspaia tanta serenità.
È uno dei primi effetti della mutazione che è avvenuta e che è tuttora in atto dentro di me. Un processo che mi ha portato ad aprirmi all’esterno e a decidere di mettermi in gioco fino in fondo, dopo avere finora operato dietro le quinte in maniera riservata.
[…]


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