La Biennale di Venezia: l’arte contemporanea in mostra

Glenda Cinquegrana, art consultant, racconta il viaggio di ThinkLUX tra le opere d’arte contemporanea più importanti al mondo, tra nuovi talenti e riconferme.

I will not make anymore boring art. John Baldessari. Questa frase troneggia sul Canal Grande all’altezza di Punta della Dogana, salutando i visitatori dell’ultima Biennale Veneziana. La Biennale di Venezia quest’anno non annoia, ma a tratti sorprende.

Cominciamo il nostro tour della Biennale Venezia dalla visita all’ex storico Padiglione Italia collocato all’interno dei Giardini della Biennale, sede del nucleo centrale della mostra Fare Mondi, curata da Daniel Birnbaum. L’ingresso, segnato dalle Instruction Pieces di Yoko Ono, fornisce la chiave di lettura di tutta la mostra: il titolo Fare Mondi, vuole essere un tentativo d’indagine delle potenzialità dell’arte come medium creativo nel Terzo Millennio, alla luce della crisi del concetto di post-moderno e, secondo le parole del curatore, nella ricerca di possibili nuovi inizi.

Forse i nuovi inizi mancano, ma gli spunti che l’esposizione fornisce sono diversi. La mostra contenuta nell’ex Padiglione Italia trova diversi nuclei interessanti in una pittura, declinata nelle dimensioni di appunto di lavoro (Gordon Matta-Clark), dell’illustrazione (Öyvind Fahlström), del disegno di matrice iconico-ironica (Pavel Pepperstein). L’attenzione per questo medium si colloca accanto a cenni della storica performance art (da Gilbert and George a John Baldessari), e a alcune installazioni di grande potenza espressiva.

In questa ultima serie rientrano il lavoro di Hans–Peter Feldmann e Nathalie Djurberg. Del primo, la mostra presenta l’opera già esposta a Basilea alla sezione Art Unlimited, dal titolo Schattenspiel, Shadow Play. Si tratta di un grandioso diorama, realizzato su una sorta di immaginifico inventario di oggetti da mercatino delle pulci, fra soprammobili di gusto kitsch souvernis, figurine di latta, e suppellettili. L’effetto, nell’assurda futilità degli oggetti, è poetico ed assieme ironico. Della Djurberg la mostra offre il lavoro Esperimente (2009), in cui i video incentrati sulla tematica dei rapporti di forza e di potere fra sessi, sono presentati in una composita installazione di fiori e piante carnivore, che incarnano una complessa visione dell’universo femminile, vittima e carnefice della storia.

La visita della mostra principale può dirsi conclusa felicemente nel bookshop, ridisegnato da Rirkrit Tiravanija, a cavallo fra arte, architettura e design, e la caffetteria, opera di Tobias Rehberger, che spiazza per il gioco di visioni provocate dagli specchi e i grafismi delle pitture nere.

Per quanto riguarda le partecipazioni nazionali collocate nella cornice nei Giardini, l’omaggio a Bruce Nauman nel Padiglione statunitense è un passaggio obbligato della mostra. Le pareti esterne del Padiglione sono ricoperte dei neon dell’artista, fra cui il celebre The real artists helps the world by revealing the mystic truths, opera del 1967, in collezione al Philadelphia Museum of Art. Negli altri padiglioni nazionali poche sorprese ma presenze eccellenti: l’Azionismo Viennese di Elke Krystufek al padiglione Austriaco, Miguel Barcelò nel Padiglione Spagnolo la cui pittura, svuotata del contenuto post-moderno, nei lavori recenti diventa arte di maniera, ma colpisce ancora per la qualità. Se un po’ noioso è il lavoro di Fiona Tan nella versione monumentale del padiglione Olandese, icastico e spiazzante è il progetto curatoriale di Elmgreen e Dragset per quello Danese.

Una segnalazione, rispetto ad altre presenze più blasonate, merita il Padiglione delle isole Comore, in cui si trova il lavoro di un artista italiano di origini americane Paolo W. Tamburella, visto due anni fa alla Fondazione Sandretto Rebaudengo. L’artista, da sempre interessato al tema della globalizzazione imperfetta, indaga sulla sparizione delle barche tradizionali comoriane per il trasporto delle merci, ossia le djahazi, a seguito di una legge che ne ha proibito l’uso. Per la Biennale Veneziana Tamburella è stato capace di un’operazione strabiliante: portare nella laguna una djahazi, e collocarla in acqua davanti al Padiglione dei Giardini, carica di un enorme container. L’azione politico-artistica in senso beuysiano, e l’evidenza stessa dell’oggetto nelle acque della laguna hanno un effetto deflagrante.

Nell’Arsenale la mostra prosegue dando corpo a installazioni spettacolari che si confanno agli spazi delle Corderie, non tutte efficacissime. Dopo emozioni di gusto un po’ barocco (Michelangelo Pistoletto), e i pezzi non del tutto nuovi (Carstern Holler) e qualche presenza inedita (l’architetto Yona Friedman), i lavori più interessanti si trovano, a mio avviso, in alcune opere video. Dopo la stanza dedicata a Joan Jonas (con il bel Reading Dante IV), segue il lavoro di Keren Cytter, Untitled (2009), un’opera video di nove minuti, collocata su tribuna che rimanda all’inedita dimensione teatrale del lavoro. Gli attori del video interpretano un discorso frammentato, a tratti surreale e a tratti ironico, come sempre nei lavori della Cytter, che in questo caso analizza la complessa dimensione dei rapporti familiari, in un groviglio di tensioni e sentimenti contrapposti, fra amore e odio. Il lavoro vede un ridimensionamento dell’attenzione concettuale per le potenzialità linguistiche del mezzo e laddove sfrutta le capacità espressive degli attori, è di notevole intensità.

La visita dell’Arsenale implica il passaggio obbligato al Padiglione Italia, dove si trova la mostra intitolata Collaudi, in omaggio a Marinetti. Il rimando al Futurismo non è tangibile – se non alla luce di una superficiale considerazione della molteplicità dei medium scelti dagli artisti rappresentati – e forse in un certo peccato di retorica marinettiana che si trova nelle opere di alcuni. La coppia Luca Beatrice Beatrice Buscaroli, a parte Sandro Chia, fa del Padiglione Italia la sede privilegiata della pittura italiana della generazione di mezzo, in cui si distingue il lavoro di Luca Pignatelli, materico sino a sembrare post-poverista. I migliori episodi della mostra sono nella fotografia e nel video, dove si fa notare il lavoro dei Masbedo, dal titolo Schegge di incanto in Fondo al Dubbio. Pur in una pulitura estetica dell’immagine che diventa estetizzante, l’opera che segna la ripresa dei classici temi houellebecquiani cari dal duo, e complici anche le musiche di Gianni Maroccolo (Marlene Kuntz) e l’ottima interpretazione di Sonia Bergamasco, è capace di convincere.

Saltando a piè pari il poco rilevante Padiglione Cinese, la visita all’Arsenale si può idealmente concludere con una passeggiata al Giardino delle Vergini, in cui, fra piante e ricordi di land-art, si trovano alcune sperimentazioni interessanti (Lara Favaretto). Una chicca di questa sezione è certamente il lavoro della francese Dominique Gonzalez–Foerster: il Senza titolo (Il giardino dei Finzi Contini) (2009) è citazione ironica della celebre partita di tennis nell’omonimo film di De Sica del 1970 giocata da Dominique Sanda ed Helmut Berger, sotto le mentite spoglie di un tappeto da giardino.

Infine la Biennale sorprende ancora per la ricchezza di mostre collaterali, diverse e di buona qualità. Nella sola sezione delle Tese della Nuovissima all’Arsenale ne segnaliamo tre, ossia il progetto curatoriale di Jota Castro dal titolo the Fear Society, un’ardita mostra dal titolo Unconditional love (fra Marina Abramovic e gruppo AES+F), e il ritorno di Jan Fabre. Su tutti infine un cenno particolare merita la proiezione, legata alla personale a lei dedicata dalla Fondazione Bevilacqua La Masa, del video Fata Morgana di Rebecca Horn. Nella splendida cornice del Teatro La Fenice, l’opera dal surreale titolo A flying stone following the mercury carpet like a cloud, è un excursus fra temi quali l’amore, la follia, la morte, brillante grazie anche all’interpretazione di bravi attori come Donald Sutherland, Geraldine Chaplin e Valentina Cortese.(Glenda Cinquegrana)

fonte: http://www.thinklux.com

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5 Responses to “La Biennale di Venezia: l’arte contemporanea in mostra”


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