NELLA TORRE DELLA CANZONE

Cristiano Godano

The Tower of Song è un pezzo di Leonard Cohen dal testo brillante, dove la torre della canzone del titolo è il luogo metaforico (ma particolarmente fisico e toccabile) da cui lanciare frecciatine tra il sarcastico, l’autodifensivo e il desolato al “tu” femminile destinatario. È una curiosa e inusitata sottospecie della ben nota torre d’avorio dell’artista che, senza i pudori della convenienza, egli dichiara di abitare quale ottimo rifugio e pretesto per giustificare implicitamente mancanze e debolezze molto terrene. È nato con «un’ugola d’oro», lui, «e ventisette angeli dall’aldilà l’hanno legato al tavolo sul quale scrive i suoi versi»: le vicende nella vita si sono susseguite in modo tale che «ogni cosa» costruita durante la trascorsa relazione sentimentale «è andata perduta, e non ci sarà mai più occasione di attraversare insieme i ponti che ora», simbolicamente, «stanno bruciando». Egli, che sta «solo pagando l’affitto nello stesso luogo in cui Hank Williams tossicchia tutte le notti, cento piani più in su» (e con loro due, ovviamente, tutti i compositori di qualche rilievo di liriche per canzone), continuerà a scrivere i suoi versi «pazzo d’amore, ma senza far progressi». Poiché l’unica cosa che sa fare, per l’appunto, è scrivere canzoni brillanti e intelligenti sulle sue pene d’amore.

In questo rifugiarsi, in questa ammissione da artista che si rinchiude nel suo mondo, non c’è sfacciataggine esibita: c’è tanta ironia; di classe e divertita; ma mescolata ad altre componenti agrodolci che rendono il tutto fascinosamente composito. E, per l’appunto, brillante. E io, accantonando la componente divertita poiché non ne sarebbe giustificato l’utilizzo in questa sede, ma sperando altresì di mantenere il sottofondo di brillantezza preso a prestito, antepongo questa premessa dotata di ragguardevole citazione per potermi introdurre nelle poche ciance che mi verrà di ammonticchiare intorno al benemerito concetto della lentezza. Voglio infatti dire: nelle medioalte sfere della medioalta sensibilità e intelligenza delle persone che leggono una pubblicazione come codesta è ormai un dato acquisito che la realtà ordinaria e generica di tutti i giorni, quella che ci (le) assedia, che ci (le) pervade, che ci (le) definisce come esseri inseriti in un consesso civile che è quel che è, costringe a una frenesia e a una velocità di gesti e comportamenti per molti aspetti dissennate e condannevoli. La mia sperabile brillantezza dovrebbe risiedere nel fatto che, avendo avuto la cocciutaggine e la fortuna di fare l’artista nella vita, io sappia bene di ritrovarmi privilegiato nel mio essere felicemente avulso da certi meccanismi, non sentendomi quasi mai costretto a rincorrere le situazioni giornaliere con gli affanni e i timori di chi sarà presto tagliato fuori se non lo fa. Facile dunque, per uno come me, salire sul piedistallo e ammonire con l’indice gli sprovveduti che si lascino sfuggire di mano la vita stessa, la quale è una sola per tutti e non viene dai molti vissuta nella pienezza delle sue preziose implicazioni e dettagli, delle sue variegate sfumature e dei suoi molteplici intrecci eccetera eccetera. Credo in verità che per una certa fetta di questi “sprovveduti” sia ben chiaro che il mondo stia rotolando piuttosto male verso un parossisimo pericoloso, ma non mi pare sia per loro esattamente semplice svincolarsi, a livello individuale, da un sistema fagocitante ed essenziale. E dunque mi guarderò dal predicare o proferire banalità.
Ciò non toglie che elogiare la lentezza sia intento di meritevole e brillante valore, e allora, io, che sono persona lenta di costituzione – “vita da artista” a parte -, anziché elogiarla in contrapposizione alla cattiva società che corre (e si badi bene: la società siamo noi…), la elogerò di per se stessa provando a inanellare una minima successione di microeventi che arricchiscono la mia quotidianità nonché esistenza, e lo farò partendo dalle parti delle mie esperienze all’atto della creatività.
Ogni processo creativo del nostro gruppo è lento: musica e testi arrivano come risultato finale di poderosi e faticosi pensamenti (quelli che ci sono concessi dal nostro talento, grande o piccolo che sia), con le maniacali inclusioni e successive esclusioni di eventualità in forma di note o parole valutate senza fretta, facendosi beffe del tempo che scorre e che ci rammenta che è ora di mangiare, di fare la spesa, di assestarsi sui binari delle codificazioni attraverso cui il contesto sociale ingrana la sua marcia regolare a monovelocità costante. È piuttosto soddisfacente vivere la pienezza degli attimi dilatati secondo le esigenze più eterogenee – e dimenticandosi del mondo là fuori… – e in tali attimi il pullulare di minuzie che essi riescono a dispiegare sotto i nostri occhi e intorno ai nostri sensi rende perfettamente l’idea, al porvi mente, della affascinante complessità del reale, non più quello ordinario e generico, ma quello dettagliato e personalissimo che ogni spirito ricettivo può percepire conformemente alle proprie peculiarità. La lentezza, dunque, come la possibilità di imbibire un terreno prodigo di regali, riempiendosi di riflesso la vita e dimenticando le banali e tristemente inevitabili angustie del sedicente e dozzinale “stressato”. Nella nostra torre della canzone ciò è una regola, non un’eccezione, perché quei ventisette angeli di cui al testo del grande Cohen hanno legato ciascuno di noi al metaforico tavolo sul quale oziare ed elaborare forme, e chiunque abbia in buona considerazione la sensibilità dell’artista genericamente intesa, ha modo di invidiare genuinamente la grande fortuna che possiamo godere in questo senso: solo i pochi o tanti soldi guadagnati potranno semmai diventare discutibile discriminante in ultima analisi (i Marlene Kuntz, ad esempio e purtroppo, non saranno mai esattamente “ricchi”, se a qualcuno può interessare per un giudizio finale). Nella lentezza di questo lavorio incessante, volto ad addomesticare l’ispirazione e ad assottigliare le elucubrazioni, si sta, poi, molto con se stessi, ed è a mio parere un gran risultato ritrovarsi a conoscersi sempre un po’ di più: si potrebbe quasi dire, per deduzione, che è proprio per imparare a conoscersi che si scrive e che si compone musica. Ed è, infatti, nella mia esperienza quasi ventennale che, lasciandomi irretire e incantare dalle malie del fare artistico, ho avuto di me stesso una percezione sempre più completa e mista: a volte (e illusoriamente, forse) più definita, altre semplicemente più densa di decisive sottigliezze. E la mia sensibilità in tal modo acuitasi ha generato su di sé un compatto cumulo di piccoli e costanti progressi, che mi hanno sollevato ai ranghi di una certa qual, oso dire, integrità civile, equidistanziandomi dagli eccessi degli animi irosi e bellicosi. Mi colpì profondamente una dichiarazione che lessi in un’intervista fatta a un direttore d’orchestra che non conoscevo e di cui ora non rammento il nome, il quale, tentando di dare forza alle proprie argomentazioni intorno all’importanza di un ascolto attento e creativo di un pezzo musicale (e dunque paziente, ovvero… formidabilmente lento), sosteneva che se per estremo tutti fossero coinvolti, nella vita, in attività di questo tipo – gioiose anziché no – non ci sarebbe quasi più spazio per le guerre. Questa dichiarazione mi colpì profondamente per la portata di fantastica significatività che includeva e che è sotto gli occhi di chi l’ha appena letta: nonostante tutti i se e tutti i ma di un’asserzione che parrebbe ingenuamente riduttiva, tipica di un artista che venga a spiegarla dalla sua torre d’avorio, c’era, infatti, l’incontrovertibile verità definitiva che uno spirito nutrito di attenzioni certosine nello stare dietro allo svolgimento di una composizione degna, sarebbe così ricco di quei valori che i filistei etichettano come astratti e futili, che non vi sarebbero né il tempo né lo spazio per appiccicarsi alle collose idiosincrasie di chi è facinoroso per mancanza di meglio. Forza della musica nel suo grande potenziale forse rischiosamente astratto, ma… solo forse, solo forse…

Un’altra dichiarazione mi viene ora in mente per chiudere, che ha tutt’altro tono in conformità con chi la divulgò tramite un’altra intervista: Vladimir Nabokov, il grande romanziere russo-americano, il quale ebbe a dire con gustosa adesione di aver sempre molto gradito la vignetta di quel tale che, mentre cade dall’ultimo piano di un grattacielo, in prossimità del suo schianto si accorge sinceramente stupito di non avere mai notato un certo particolare della facciata dell’edificio. Questo spiega molto bene la testa nelle nuvole di chi sta dietro alle sopraccitate astrattezze e “perde” il tempo così, senza l’utilità di cui necessita il sistema social-produttivo per avere il genere umano al proprio servizio. Ma è nel vagolare del cervello appresso alle minuzie, nella scriteriata e sbarazzina dilatazione del tempo per raccoglierne quante più possibile, che risiedono le caratteristiche di base di un certo tipo di sensibilità, quella che, pur senza pretendere di “fare gli artisti” nella vita, concede il lusso di accorgersi della variopinta molteplicità di ciò che ci circonda.

Tratto da Slowfood 19
Le foto di Alex Astegiano ritraggono Cristiano Godano e Gianni Maroccolo sul palco dell’Ariston di Sanremo, per la festa dedicata al ventennale di Slow Food Italia.

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