Marlene Kuntz, la comune assenza di pudore

Dalla rabbia generazionale a uno sguardo etico universale. Così Bianco sporco vince in classifica.

Intervista di Giorgio Casari (tratta dal sito http://www.kataweb.it )

Bianco sporco è il titolo del nuovo disco dei Marlene Kuntz, appena uscito e già in classifica (questa settimana è al settimo posto). Un album parecchio atteso dai fan, dopo l’evoluzione più stratificata di Senza peso, e che mantiene le promesse del lavoro precedente: chiaroscuri, melodie qua e là in primo piano e una attenzione al testo delle parole che ci è sembrata uno dei suoi pregi maggiori. In mezzo, l’abbandono di Dan Solo del ruolo di bassista della band, sostituito da Gianni Maroccolo, figura chiave del rock indipendente degli ultimi vent’anni e la pubblicazione di una biografia ufficiale (Visione distorta, di Chiara Ferrari), in uscita per Giunti agli inizi di aprile. Cristiano Godano ci ha illuminato sulle ultime strade percorse dalla band piemontese.

Partiamo proprio dalla vostra biografia: un libro che avete seguito anche personalmente, se abbiamo capito bene.
Si tratta di un’opera su di noi, che abbiamo volentieri autorizzato ma in cui non siamo intervenuti personalmente. In altre parole, sapevamo che Giunti aveva affidato a Chiara Ferrari questo lavoro, messo assieme raccogliendo interventi di persone vicine al gruppo, amici e conoscenze, documentandosi su oltre dieci anni di presenza nel panorama musicale. Non ci siamo cimentati nell’autobiografia, quindi, nel senso che il nostro intervento si è limitato a una rilettura delle pagine scritte, senza che ci fosse alcun obbligo da parte dell’autrice di seguire le nostre eventuali osservazioni.

Non c’è magari il rischio di una celebrazione, pericolosa per il futuro?
Non credo proprio, innanzi tutto perché siamo in ottima salute, poi perché l’idea di scrivere Visione distorta è venuta all’editore, e abbiamo parecchio discusso sulla opportunità di farlo. Siamo insomma convinti che il tempo fosse quello giusto, purché l’operazione fosse stata condotta, come è stata, col giusto senso del pudore.

A proposito di pudore: la fine del vostro rapporto con Dan Solo ha un po’ sorpreso, dopo tutti questi anni. Avete voglia di dirci come è andata in effetti?
Semplicemente, Daniele si è fatto sopraffare da alcuni disagi che si portavano avanti da anni, che abbiamo cercato di superare tutti assieme, ma purtroppo senza riuscirci. Non c’è stata una divergenza artistica, come qualcuno ha voluto sostenere, men che meno legata al fatto che ci fossimo “ammorbiditi” nelle sonorità. Sa, il rapporto fra i componenti di una band è come una storia d’amore: è difficile comunque portarla avanti per così tanto tempo, come abbiamo fatto noi. Ogni tanto qualcosa può rompersi.

Bianco sporco riserva una attenzione particolare alle parole. Come avete lavorato su quella componente?
Come al solito, con dedizione. Quelli che sono i versi delle canzoni sono legati a ciò che ero nel momento in cui sono stati scritti, sono la sua diretta emanazione.

Quindi sono legati alla sua vita, a livello autobiografico.
Beh, si parte dal mio punto di vista, cercando poi di raggiungere un significato universale, condivisibile da tante altre persone.

Per esempio un sentimento di tensione, di rabbia, che rispetto al passato dei Marlene Kuntz è meno generazionale e più etica, più globale.
Sì, c’è questa sensazione, che viene fuori in un pezzo come Mondo cattivo, per esempio. Ho in effetti sviluppato un altro rapporto con le parole, spero più maturo, e senza rinunciare al pudore nei miei confronti, anzi, riscoprendolo e sottolineandolo ancora di più. Alcune delle irritazioni più forti dei versi dell’album sono proprio rivolti alla totale mancanza di pudore contemporanea.

Riferimenti a Gozzano e Gadda, ricerca del termine migliore: molto farebbe pensare, ancora una volta, a un suo futuro impegno narrativo.
Su questo versante continuo a nutrire qualche riserva, ma meno di un tempo. E’ per questo che ultimamente ho partecipato a un corso di scrittura e in generale sono più possibilista: la cosa che mi spaventa maggiormente è trovarmi di fronte alla fatica di un’architettura scritta, essendo un lettore esigente. Vedremo.

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